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Lo diceva anche Bertold Brecht


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LO DICEVA ANCHE BERTOLD BRECHT




Lo Stato che fa marcire i detenuti nelle proprie carceri, affida gli emigranti alle Milizie Libiche assassine e i degenti alle lobby dell’impresa privata non ha autoritàmorale per pretendere il rispetto dei cittadini. Lo Stato che abbandona chi si trova nelle peggiori condizioni di vulnerabilità è uno Stato debole. Produce democrazia difettosa e spalamca le porte alla decadenza della società.
Ammesso che la “forma Stato” sia l’ideale per governare una democrazia – fino ad ora i risultati nel mondo sono piuttosto preoccupanti – sono decenni ormai che non si vede uno Statista a capo di un Paese. Si intende per Statista quella “bestia” politica che, fermo nelle sue convinzioni ma anche sensibile alle esigenze della nazione, governa il paese prendendo anche decisioni impopolari. Se, dal suo punto di vista, queste fossero necessarie a migliorare le condizioni di vita del popolo che governa. (si pensi a Francois Mitterand, tutt’altro che un indulgente ma in politica senza dubbio una bestia, quando abolì la ghigliottina contro la volontà del 70% dell’elettorato francese). Lo Statista mette il suo genio politico, il suo cinismo diciamolo, a disposizione di un progetto politico come di un’idea fallimentare. In ogni caso, il suo sguardo sarà sempre politico e la sua azione a lungo termine. Quelli che, invece, vediamo oggi a capo della quasi totalità dei paesi a suffragio universale non sono neanche più Statisti, ma appena Amministratori d’Azienda. Più o meno abili nel restare a galla e trarre il massimo profitto finché dura il mandato. Perciò non possono permettersi programmi di governo risolutivi,essi prevedono tempi lunghi, si rischia di divenire impopolari. Un rischio da non correre per chi solo pensa all’elettorato. Lo Statista sa veleggiare controvento se necessario. Mentre gli attuali Capi di Governo o i Leader politici, che lo scimmiottano alla televisione, si rimettono al ragionieredell’ufficio elettorale. Lo Statista ha il coraggio di affrontare le tempeste. L’Amministratore delegato, invece si affida ai sondaggi e sfascia la forma di quello stato stesso che legittima la sua nullità. E l’apparato, pesante come una condanna a morte annaspa, tutto teso a svendere le ragioni politico-elettorali mascherate da necessità di sicurezza. Si lascia la vigliaccheria dilagare. Si propaga l’idea che tutti i problemi nazionali si devono agli esclusi, agli “antisociali”. Da qualche tempo anche agli stranieri, specialmente se non occidentali.
Riprendere in mano le redini del paese, direbbero i soliti incazzati. Ma, ammesso pure che le redini siano necessarie,questo sarebbe possibile solo se esistesse un rapporto stretto tra società civile e politica. Cose del secolo scorso. L’era dell’attuale antipolitica, ha da un lato generato il mostro amorfo, l’Amministratore dello Stato in via d’estinzione, e dall’altro, il cialtrone populista, in tutto uguale al primo, salvo nello sbraitare. Personaggi che saltano fuori da chissà dove con la pretesa che non sarà più la complessità politica coi suoi discorsi difficili, ma la tecnica infallibile, o la mano dura, a governare meglio il paese. Senza commenti. Decadi in cui abbamo visto la distanza tra rappresentanti e rappresentati aumentare proporzionalmente alla disuguaglianza sociale. Con i conflitti popolari che si andavano forzosamente adattando a una realtà diversa, confusa. Il livello di rottura popolo-classe dirigente è stato così attivato gradualmente, senza il clamore delle lotte. Non un ritiro da fronte da parte delle forze progressiste, ma è l’assenza stessa di un fronte che ha sortito un effetto valle down generale.
Nell’incapacità di concepire l’impossibile progetto di governo, la borghesia si è asserragliata nella difesa dei propri privilegi, relegando la funzione dello stato moribondoa quella dell’avvocato di se stesso.
Il legislativo ha smesso da molto tempo di occuparsi di temi che riguardano la libertà, la salute, il benessere realedelle persone. Quante volte, trovandosi di fronte all’impossibilità tecnica di sentenziare, esponenti di spicco del giudiziario hanno chiamato in causa il legislatore. E il legislatore che a sua volta si scaglia contro la magistratura che non lo lascerebbe fare. Tanto ci sarà sempre un’emergenza da agitare per mantenere lo staus quo.peggio, per retrocedere, barricandosi dietro le solite leggine repressive.
L’Ordonamento Penitenziario, tanto per fare un esempio, è già stato superato da nuove esigenze, senza essere mai statoapplicato nella sua integralità. E potremmo dire la stessa cosa della Costituzione. Ciò non succfede solo per endemica insufficienza strutturale, ma anche per chiara mancanza di volontàpolitica. L’immigrazione, la democratizzazione della giustizia, l’aborto, la legalizzazione della droga, tanto per citarne alcune, sono tutte istanze in ostaggio dell’interminabile emergenza. Mentre dietro le quinte, le solite forze ultra reazionarieremano contro per impeedire al paese di proiettarsi nel futuro.
Non è possibile che tutto ciò si produca per inerzia. A chi giova la resitenza alle trasformazioni sociali? Voler mantenera a galla un sistema fondato su uno stato di emergenza costante, dove gli strappi alla democrazia diventano la regola. Intanto, le voci che si levano contro il declivio dei diritti, vengono subito stroncate dai professionisti del terrore mediatico. I fautori delle psicosi, sempre pronti a mettere in campo un nuovo mostro da abbattere. Ci voglioni far credere che siamo sempre in guerra contro l’imprevisto.si affrontano i problemi sociali come fossero eserciti da annientare. Dagli schermi immiseriti della televisione, il linguaggio bellicoso invade l’educazione nazionale. Ormai non si fa più ricorso all’esercito per risolvere una questione, ma si crea una “task force” per demolirla. Mentre gli interventi militari, quelli veri che massacrano i Popoli nel Sud del pianeta, sono gentilmente chiamati “forze di pace”
Ma le idee, i bisogni reali, la gente che vule vivere libera e progradire in pace, che posto ha in tutto questo?
L’uscita da capitalismo si si impone ma, come diceva Brecht: ”come fare per uscirne? Come fare, dico, per cominciare ad uscirne?”
Cesare Battisti






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